Tutto cominciò per colpa di quell’accendino dorato, perfetto, luccicante. Un Dunhill anni Sessanta... costo quindici euro. Per quindici euro e per quella sua smania di elevarsi al di sopra della sua banale goffaggine di sedicenne allampanato, ora si trovava nei guai. Nella merda fino al collo. Paolo si girava nel letto non riuscendo a prendere sonno. Davanti a lui, nel buio, gli si ripresentava il ghigno di Giordano, crestina bruna di gel, occhi stretti, la voce impastata piena di “E” strascicate. Per non parlare del suo complice, il Ratti, testa rapata, piercing e due orecchie a sventola che neanche Dumbo... Il gatto e la volpe, certo, quelli della favola preferita della sua infanzia.
Dunque, ricapitolando, il Giordano e il Ratti gli avevano offerto l’accendino a scuola, durante l’intervallo, prima dell’ora di educazione fisica; c’era più tempo per le chiacchiere in quel momento, specie per la III E, l’aula più lontana dalla palestra, e lui aveva accettato. Perché questi quindici euro li aveva. Pregustava la bella figura che avrebbe fatto nel tirarlo fuori, nell’accendere quella sigaretta proibita per la sua età, specie agli occhi della Berti, la biondina, la sera ai giardinetti.
Neanche il tempo di tirarlo fuori il gadget, che era arrivato il ricatto. L’avevano bloccato all’uscita, il Giordano e il Ratti, inchiodandolo al muro. «Oh! Ridacci i cinquanta euro che hai preso dal mio zaino entro domani», sibilava il Giordano, «o ti denunciamo per furto».
Così si era piegato alla loro menzogna. All’inizio i cinquanta euro riusciva a prenderli dalla tasca del padre, nottetempo, sfilandoli con cautela dalla tasca della giacca. Alla terza richiesta non ce l’aveva fatta e poi gli pareva che il padre lo fissasse in modo strano a tavola, con tristezza e stupore.
All’uscita da scuola, iniziava l’incubo: «Non li ho», biascicava, cercando di affrettare il passo. Ma quei due l’avevano preso, sbattuto contro il muro e menato in quel vicolo stretto e poco frequentato. «E domani portane duecento o ti spacchiamo le gambe.»
A casa si erano preoccupati: i lividi, un occhio pesto, l’andatura traballante. «Niente, un piccolo incidente agli allenamenti.» Aveva lasciato i loro sguardi stupiti. E adesso, all’ora stabilita, arrivava all’appuntamento con il cuore in gola e le gambe tremanti perché lui i duecento euro non li aveva. Avrebbe sopportato il pestaggio, bastava che lo lasciassero vivo e che i suoi non sospettassero della sua coglionaggine.
Ecco, vedeva la loro sagoma contro l’albero. Imbruniva. Coraggio.
All’improvviso ecco una volante frenare davanti ai suoi aguzzini. Questione di poco tempo, un tafferuglio e poi i due li vide sparire all’interno della macchina. Il poliziotto alto si stava avvicinando a lui. «Sei Paolo, vero? Tranquillo, ora è finita per te, sei pronto a deporre?».
Sì, era pronto, si sentiva così leggero e così saldo al contempo. Qualcuno gli toccò la spalla. Si girò: suo padre!
«Sono qui, furbone, testa di cavolo. Andiamo?» Il volto sorrideva, ma la voce tremava.
«Sì andiamo», rispose sollevato, accettando quel braccio sulla spalla con gratitudine.
